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SCRITTURA CREATIVA - Racconti a quattro zampe... [2]  

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- Racconti - Redazione - 22/04/2010 - 17:16


Senza Nome
cane
Quello che potrebbe essere il mio nome, è probabilmente “senza nome”. Non avevo un nome. Ero un cane randagio, io. Adesso che sono ormai alle porte della morte, non ci posso fare niente. In questa stupida vita, non ho nemmeno scoperto il mio nome.
Vivevo sotto il ponte di un piccolo paesino : Fontaneto d’Agogna. Non scoprii nemmeno perché veniva chiamato così. Fatto sta, che nelle calde giornate di luglio, mi sdraiavo all’ombra di un pino e pensavo a questo perché. Credevo fosse per le fontane.
La mia storia ebbe inizio proprio nel momento in cui nacqui. Può sembrare un’affermazione alquanto sciocca, ma fu così. Fui tormentato già dalla nascita. Nacqui nel 1940, in Italia. Si, l’inizio della seconda guerra mondiale. Per quanto mi riguarda mi ritengo molto fortunato ad essere sopravvissuto. Avevo appena un anno e vedevo i miei coetanei morire, o perdere una gamba, o qualche altro arto. Era terribile. Tra quegli animali, c’era anche mia mamma ed uno dei miei sette fratelli. Una volta finita, nel 1945, pensavo che ci fossero stati una miriade di funerali; il mio pensiero fu per metà esatto e per metà contrariato. Ovvero si celebrarono funerali per gli umani, ma non uno, uno che sia uno, per un povero cane o gatto, o qualsiasi animale. Noi venivamo seppelliti nel posto dove ci avevano trovati, e poi dritti all’inferno. Mio padre invece, ci lasciò ancor prima che nascessi, a causa di un tumore. Proprio l’anno successivo alla fine della seconda guerra mondiale, fui adottato. Non adottarono solo me, ma anche due dei miei fratelli. Ci trasferimmo in un vicino paese: Suno, e neanche di questo paese sapevo il significato.
Appena entrai in quella che gli uomini chiamano “casa”, mi spaventai. La porta era quasi sulla strada, la moderna “hall” era lunga poco più di un metro ed aveva due scale: una che portava alla cantina ed una che portava al piano superiore. Il piano era confortevole: una stufa riscaldava l’ambiente, un tavolino era perfetto per mangiare, un forno che cuoceva gli alimenti ed un buon divano rosso che avrei usato per dormire. C’era anche una seggiola destinata al padrone vicino alla stufa. Vi era inoltre una camera da letto ed una da bagno, dotata di gabinetto, lavandino e vasca per lavarsi.
I miei padroni non avevano figli. Il padrone era calvo, altissimo, con gli occhi scuri e con un vestiario sempre molto elegante. Esso aveva un carattere da comandante, con una superbia fuori da ogni limite, il che lo rendeva molto antipatico.
La padroncina invece era minutina, grassotta, con gli occhi azzurri ed era molto gentile. Era davvero saggia secondo me. Lei, praticamente era la serva-moglie del padrone, a cui faceva tutto, mancava solo che lo facesse anche camminare.
I miei due fratelli non sembravano intimoriti come me. Uno aveva il pelo grigio-nero, occhi anch’essi grigi e le zampette tutte sporche. L’altro aveva il pelo rosso-bianco e grigio, gli occhi scuri e le zampette poco più pulite dell’altro.
Dopo un anno, cominciarono (o meglio cominciò, perché solo il padrone aveva un cuore di pietra per fare delle cose simili) a bastonarci, appena abbaiavamo. Forse, pensavo, si stava meglio quando si stava peggio.
Al terzo anno, partirono per le vacanze nell’assolata Africa e ci portarono in un canile dove mancavano soldi e per questo motivo ci davano da mangiare solo una volta alla settimana. Dopo due settimane tornarono i due padroni e gli facemmo le feste. A casa il padrone aveva già la scopa in mano perché non dovevamo disturbare la quiete. Quel brutto cretino ignorante, pensavo …
Quando un bel giorno volli scappare da quella casa, venni a sapere che i miei fratellini non adottati erano morti di fame. Capii che era meglio se me ne stavo buono a casa.
L’anno dopo i miei due padroni morirono a causa di una malattia che i medici esperti chiamavano “vaiolo”. Per la prima volta mi sentivo contento della morte di qualcuno; ovviamente parlo della morte del padrone, non della padrona. Venimmo allora riportati al canile di prima, ma i soldi scarseggiavano ancora più di prima e chiusero tutto.
Cominciai così una nuova vita: una vita da cane randagio. Non si può proprio dire che era nuova, perché in principio lo ero già. Tornai a cercare cibo per le strade. Temevo però di morire di fame. Era una mia fobia.
Così tornai a Fontaneto d’Agogna e mi rifugiai sotto al ponte in attesa della morte, che però non avvenne.
Era ormai da qualche giorno che ero un cane randagio, ed attraversando la strada, persi la gamba sinistra. Decisi di buttarmi nel fosso ma nessuno mi aiutò.
Qualche anno dopo persi un occhio a causa di uno sparo di pistola involontario. Gli stessi autori però scapparono.
Infine, l’anno scorso persi un altro occhio a causa di uno scontro con un altro animale che mi aveva aggredito.
Così tornai a stendermi all’ombra di qualche albero, anche se non il solito pino, che non riconoscevo più, essendo cieco. Esser cieco non è ovviamente bello, ma pensando alla stupidità della gente era un bene, così non potevo vederla.
Adesso sono cieco è vero; non so nemmeno perché sto scrivendo questo racconto della mia vita totalmente inutile e priva di significato, ma piena di orrore.
La mia rabbia verso certa gente e verso certi animali, è tale che se potessi li farei fuori tutti.
- Aspettate, sento un tremolio alle gambe, sto cadendo … Addio. -

Mattia Chiodini











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