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Sogno e realtà  

racconto di Martina Spanò
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- Racconti - Redazione - 28/02/2011 - 00:40


fatina glitterEra una noiosa mattina invernale. Me ne stavo pigramente seduto nel letto della mia stanza… “Mia” si fa per dire, dato che la casa in cui vivevo era abbastanza speciale: si trattava di un orfanotrofio. La mia amica Mary era venuta a chiamarmi per scendere in refettorio a fare colazione, ma io non ne avevo voglia. Avrei detto alle suore che non mi sentivo tanto bene. Così rimasi da solo ad osservare la pioggia, ascoltandone il monotono picchiettio sui vetri della finestra. Svagatamene mi guardavo intorno, senza trovare la forza di alzarmi. Mi aspettava una noiosa giornata di scuola. Non più noiosa delle altre, ma certamente neanche interessante. D’altra parte, all’orfanotrofio non succedeva mai niente, niente di interessante. Come sempre, anche quella mattina, nonostante le severe indicazioni delle suore, non avevo ancora preparato la cartella, così, cercavo con lo sguardo sulla piccola libreria di fronte al letto i libri e i quaderni che mi sarebbero serviti a lezione. Lo sguardo, però, cadde su di un libricino che non mi sembrava di non aver mai visto. Di chi era? Chi l’aveva messo lì? Si trattava di un libro apparentemente antico, salla copertina consunta. Il fatto mi incuriosì tanto che finalmente mi alzai dal letto. Sentivo il pavimento gelato sotto i piedi e l’aria pungente dell’inverno pizzicarmi la pelle. Mi avvicinai alla libreria saltellando sui talloni per evitare di appoggiare tutto il piede a terra. E in quell’equilibrio precario presi in mano il libro. Sulla copertina si intravedeva un disegno, molto simile a quello del ciondolo che portavo fin da piccolo. Me l’avevano lasciato i miei genitori, prima di morire. Appeni lo presi in mano fui circondato da una luce improvvisa, fortissima, accecante. La luce mi rapì.

Incredibilmente mi ritrovai in un prato tempestato di magnifici fiori multicolore. Sugli alberi facevano bella mostra frutti che non avevo mai visto e che apparivano turgidi e profumati. Sembrava una specie di paradiso. Credevo di sognare. Sì. Sicuramente stavo sognando. Dovevo essermi riaddormentato ed eccomi in quel paradiso terrestre!! Un frutto viola mi attirava particolarmente. Però, non avevo il coraggio neanche di allungare la mano per toccarlo. Poi, sentii qualcuno che mi chiamava, gridando insistentemente il mio nome. La voce, però, benché urlata, era flebile, sottile. Infatti, si trattava di un vermetto: un piccolo lombrico blu. L’animaletto mi invitò a mangiare il frutto e, trasportato da una sorta di magica volontà, staccai il frutto dal ramo e diedi un morso. Aveva un buon sapore, dolce, delicato. Il lombrico allora se ne andò. Io, però, lo seguii di nascosto in modo che non mi vedesse, o così pensavo. Arrivai fino ad una grotta. Davanti all’ingresso stava impettita una fata di nome Melody. Melody mi disse che mi stava aspettando. Sapeva che sarei arrivato, che avrei seguito il lombrico. Infatti, con un filo di voce, mi disse che io ero il prescelto e che avrei dovuto compiere un gesto eroico: uccidere uno dei terribili Troll che infestavano quel luogo: il Troll Saix. A dire il vero, tutto quanto mi sembrava un sogno, tuttavia capivo che dovevo agire, che solo in questo modo avrei avuto un’opportunità per andarmene da lì e tornare a casa, sano e salvo. Così accettai. Melody, allora, mi ricordò che avrei dovuto cominciare ad allenarmi per la Grande Battaglia, il giorno in cui mi sarei scontrato corpo a corpo con il Troll. Tutto era già stato scritto. Io ero il prescelto. Intanto si era fatta sera. Mi sentii invadere dalla malinconia: mi mancava il mio mondo, anche se era un mondo piccolo e spesso noioso, mi mancava tutto: il mio letto, i miei libri, i miei amici.

Melody mi fece sistemare accanto ad un grande falò, così avrei passato la notte al tepore delle fiamme. Mi addormentai quasi subito, stremato da quella giornata burrascosa. Inaspettatamente le luci dell’alba si mescolarono al profumo di una soffice fetta di torta: crostata ai frutti di bosco! « La mia preferita! » pensai. Ma quel momento di calore fu breve. In men che non si dica, mi trovavo già nell’arena ad allenarmi con pesanti spadoni di ferro. Fu così che i giorni passarono, fra il luccichio delle armi, le urla di guerra e la fatica di ore e ore di duro addestramento. Finalmente, arrivò il giorno stabilito. Il giorno in cui le stelle avrebbero rischiarato il cielo per illuminare il campo di battaglia, come se il giorno non dovesse mai finire. Ero teso, agitato. Sentivo il cuore pulsare disordinatamente: un po’ come se fosse impazzito, un po’ come se stesse per fermarsi per sempre. Mi guardai intorno e vidi che lo spazio che mi circondava si era riempito di spettatori: strane e inquietanti creature che sbuffavano vistosamente facendo salire nell’aria vapori intensi e acri. Finché lo scontro iniziò. La potenza del Troll era evidente, anche solo nell’imponenza della figura. Mi si avvicinò lentamente emettendo una specie di grugnito profondo e al contempo acuto, sibilante. Ad ogni passo faceva roteare la pesante spada che brandiva con entrambe le mani. Disegnava in aria ampi cerchi che lasciavano una scia di fumo, come se la spada fosse incandescente e, roteando, bruciasse l’aria. Gli occhi erano vitrei, immobili, inespressivi. Uccidermi sarebbe stato per quella creature un fatto tanto normale da rasentare il ridicolo. Non avevo molte speranze.
Eppure, pensavo che se mi trovavo lì, doveva esser scritto da qualche parte il mio destino, che non poteva che essere quello di un eroe, altrimenti la luce non mi avrebbe rapito, altrimenti non sarei stato prescelto, non sarei stato lì. Mi convinsi che era scritto che il Troll sarebbe morto e che avrei dovuto giocare d’astuzia per evitare uno scontro diretto. Così aspettai che il Troll mi fosse a tiro e mi produssi in una spettacolare giravolta che disorientò il truce Saix, fino a fagli perdere la concentrazione e ad abbassare un attimo la spada. Fu proprio in quell’attimo, in quell’ infinitesimo secondo che affondai la spada nell’enorme ventre del mio nemico. Il Troll si fermò e restò immobile per qualche secondo, poi cadde a terra con un tonfo sordo , pesante. Era morto. L’avevo ucciso. Ancora non mi rendevo conto: la spada insanguinata, però, mi fece barcollare, quasi persi i sensi. Mi sentii soffocare da una stana sensazione di disgusto. E, mentre sentivo scroscianti applausi cadermi addosso, percepivo un ronzio che mi impediva di comprendere e vedere cosa esattamente stesse accadendo. In mezzo ad una nuvolo di polvere, vapore e fumo vidi apparire Melody. Aveva occhi felici e parole di gratitudine. Mi disse che sicuramente sarei dovuto rimanere. Il mio posto era al castello, vicino al re, ormai liberato dalla presenza di quell’orribile creatura. Mi si prospettava una vita ricca e piena di fama e gloria. Non accettare avrebbe voluto dire tornare nel grigiore dei giorni dell’orfanotrofio, senza essere altri che il “piccolo 7”, era così che mi chiamavano per via di una specie di voglia a forma di sette che avevo in fronte.
Eppure… quello non era il mio mondo. Io non mi sentivo un eroe. Non volevo passare il resto della vita chiuso dentro una scatola d’oro. Non ebbi neppure il tempo di spiegare questi miei pensieri alla Fata che mi ritrovai seduto sul mio letto. La porta si aprì con un rumoroso cigolio: era Mary che mi invitava alla partita da giocare al campetto dell’orfanotrofio al pomeriggio, dopo la scuola. Ebbi la sensazione di essere davvero libero, libero perché avevo un futuro ancora tutto da costruire, magari con difficoltà, ma ero sicuro che nella vita avrei dovuto raccogliere tante sfide, e io mi sentivo capace di farlo. Era stato solo un sogno la battaglia con il Troll? Forse. Andando a scuola, nello zaino trovai un foglietto con scritto: « Grazie. Melody»


Martina Spanò
Classe 2A











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