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Un racconto d'avventura: sulle orme di Robinson Crusoe  

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- Racconti - Redazione - 03/12/2009 - 18:36


isola desertaEccomi qui, sopravvissuto al naufragio, a raccontarvi, cinque anni dopo, la mia incredibile avventura. La mia storia assomiglia un po’ a quella del famoso Robinson Crusoe, che riuscì a sopravvivere da solo su un’isola per venticinque anni. La mia storia è durata però solo tre giorni, ma vi assicuro che sono stati emotivamente molto intensi.

Suddividerò il mio racconto in tre giornate.



I° giorno: Il naufragio e la sistemazione sull’isola

Prima del naufragio ricordo solo il momento in cui il capitano della nave disse che non c’era più niente da fare, ormai era troppo tardi … La nave, dopo aver urtato bruscamente uno scoglio, stava imbarcando acqua e stava raggiungendo lentamente il fondo dell’Oceano … Per noi era la fine … Non avevamo più nessuna speranza di raggiungere l’Africa, né di sopravvivere … erano le 11 di sera …
La mattina seguente mi svegliai sulla riva del mare, su un’isola deserta, solo con la natura, o almeno così sembrava perché, come ebbi modo di constatare, non era proprio così … Il mio sguardo cadde sulla nostra nave, “Virginia II” che si trovava incagliata sul fondo sabbioso, a dieci metri dalla riva … Quando la vidi ebbi un filo di speranza, mi avvicinai a nuoto e cercai animatamente i miei compagni dispersi. Purtroppo non trovai nessuno ancora vivo e cominciai a pensare di essere l’unico che si era salvato, certo molto fortunato, ma che adesso era in un’isola ignota, senza né cibo né acqua , né un riparo dal freddo e dagli animali feroci che potevano esserci di notte. La mia stanchezza era tale che decisi di andare a riposarmi su un albero di banane che selezionai accuratamente nel boschetto accanto. Su un ramo mi sedetti con la schiena appoggiata a un tronco per non cadere. Quando mi svegliai, qualche ora dopo, cominciai ad avvertire i primi morsi della fame, non potevo resistere a lungo senza mangiare … Fare la parte della vittima non mi aiutava di certo, così decisi di rimboccarmi le maniche e di mettermi al lavoro. Tornai sulla nave e trovai qualche cassa di acqua dolce che mi sarebbero bastate, se ben razionate, per almeno tre mesi, qualche merendina e snack … Nella cassetta del Pronto Soccorso riuscii a recuperare qualche medicinale per l’influenza e per le medicazioni (garze, alcool,…). In una valigia trovai qualche vestito pulito e nel beauty il mio nuovo telefonino!!!!! Provai subito ad accenderlo speranzoso, ma non c’era campo … Non mi persi d’animo e continuai la mia ricerca. Dopo aver recuperato il necessario per la sopravvivenza, che fortunatamente si era conservato, tornai a riva. Con le assi di legno della nave danneggiata mi feci una piccola capanna dove misi dentro i vestiti, i medicinali e una brandina di rami secchi che mi costruii per trascorrere notti più comode. Solo quando la mia casa improvvisata fu pronta andai a fare un giretto dell’isola su cui ero approdato. Era circondata da un bosco di alberi esotici di cocco, ananas e banane. Capii di essere su una delle isole Chagos guardando l’Atlante, che avevo recuperato nella cabina della nave naufragata. Mi trovavo a est dell’Africa Centrale. Noi, con la nave, eravamo diretti lì nei dintorni,dovendo effettuare un trasporto di prodotti tipici di quella zona, quando la tempesta ci aveva fatto naufragare. Avevo sentito dire dai miei compagni che le isole Chagos erano un ambiente paradisiaco, disabitato e ancora ricco di specie rare che si stavano estinguendo. L’ isola dove ero approdato sembrava una piccola foresta pluviale ricca di vegetazione.



II° giorno: L'incontro con il selvaggio

Quando ritornai alla mia capanna, ero molto stanco e decisi di provare subito la mia brandina di rami secchi che era certamente più comoda dell’albero di banane sul quale avevo riposato la notte prima. Era già passato un giorno dal naufragio, anche se sembrava molto di più, finora tutto era andato bene, ma il giorno dopo mi aspettava un fortunato incontro … Il mattino dopo feci di nuovo un giro dell’isola per raccogliere qualche frutto per il pranzo. Proprio mentre stavo raccogliendo delle banane sentii uno strano rumore,simile al ritmo di un tamburo, che proveniva da un grosso cespuglio. Incuriosito, pensai subito che si trattasse di un essere umano e mi avvicinai per scoprire che cosa fosse. Erano un uomo e un bambino che stavano cercando di accendere invano il fuoco strofinando due pietre. Non credevo ai miei occhi!!! Finalmente qualcuno che mi poteva aiutare e fare compagnia. Spinto dalla voglia di fare amicizia mi avvicinai a loro. Essi mi guardarono stupiti: il mio abbigliamento sembrava strano in confronto al loro, che consisteva in un costume di pelle molto ridotto. Per cercare di conquistare la loro fiducia tolsi dalla tasca una scatola di fiammiferi che avevo ritrovato e accesi in un momento il fuoco. Rimasero allibiti e, forse convinti che fossi un dio, si chinarono e mi baciarono i piedi. Cercando di farmi capire con dei gesti ringraziai e chiesi loro se volessero venire a vivere con me nella capanna che avevo costruito sulla spiaggia. Essi accettarono e,in segno di gratitudine, mi tracciarono alcune linee sulla fronte con la terra rossa. Io ignoravo il significato di quei segni, ma pensai che indicassero amicizia o fedeltà. A pranzo mangiammo insieme del pesce fresco ed essi mi spiegarono a gesti che erano degli indigeni, padre e figlio,che si erano allontanati dalla loro tribù dopo la scomparsa della mamma del bimbo. Il padre, di nome Scaglius, era un uomo di circa quarant’anni,alto e formoso, aveva lunghi capelli neri legati in una coda e grandi occhi marroni. Sulla scapola destra aveva disegnata una grande aquila, simbolo della loro tribù. Il bambino, invece, aveva circa dieci anni e si chiamava Gus. Era piccolo e magro, aveva i capelli neri corti e occhi che parevano due sciabole che tagliavano il buio. Finalmente non ero più solo. Il pomeriggio Scaglius andò fuori con Gus per fare intorno al fuoco il rito del Sole: una danza allegra accompagnata da invocazioni per me misteriose. Successivamente insegnai loro qualche parola in italiano, almeno quanto bastava per le comunicazioni più importanti. Mi stupii per la facilità con cui le appresero. Essi in cambio, mi insegnarono alcune loro ricette tradizionali, ottimi piatti che riuscivano a realizzare con pochissimi ingredienti. Sembrava che in poco tempo fosse nata fra noi una solida amicizia: riuscivamo a capirci pur parlando lingue diverse e appartenendo a culture lontanissime.


III° giorno: Una via d’uscita … il momento drammatico

Il giorno dopo Scaglius mi raccontò che poco distante dalla spiaggia vi era un atollo abitato, dove arrivavano delle imbarcazioni da tutto il mondo. In pochi secondi intravidi la salvezza. Finalmente, dopo quei tre giorni che mi sembravano interminabili sarei potuto tornare a casa!!! I giorni che avevo trascorso sull’isola mi erano serviti molto perché avevo imparato ad essere indipendente, mi sembrava tuttavia, che fosse giunto il momento di arrivare alla mia vita. Era meglio,però, non fantasticare troppo,mi aspettava, infatti, una brutta avventura ... Mentre Gus faceva un riposino sulla mia brandina di rami secchi, Scaglius si offrì di accompagnarmi all’atollo. Per arrivarci dovevamo raggiungere la parte opposta dell’isola e coprire una piccola distanza con la canoa che Scaglius teneva ormeggiata in quella zona dell’isola. Ci avviammo il più in fretta possibile verso la nostra meta. Io correvo perché non vedevo l’ora di incontrare dei miei simili, Scaglius cercava di starmi dietro perché solo lui conosceva il luogo e poteva salvarmi dall’ambiente selvaggio in cui ci trovavamo. Proprio mentre cercavo di evitare i rami più alti della boscaglia, sentii qualcosa che mi stringeva la gamba. Abbassai lo sguardo pensando che si trattasse di una corda o di una liana, ma scoprii con grande orrore che si trattava di un pitone!!! Aveva la bocca aperta con la mascella inferiore divisa in due branche come i ferri di una tenaglia, la forcuta lingua tesa e gli occhi accesi, che parevano due fiamme gialle. Il rettile emetteva un sibilo acuto, il più strano e minaccioso che avessi mai sentito. Rimasi paralizzato per qualche secondo, intanto la morsa sulla mia gamba diventava sempre più stretta. A quel punto ebbi la forza di gridare, ma dalla mia gola uscì solo un urlo soffocato. Scaglius, in un attimo, fu vicino a me e mi ordinò di stare immobile. Io cercavo di ubbidirgli, ma non riuscivo a smettere di tremare. Il mio amico selvaggio iniziò a colpire ripetutamente la testa del grande serpente con un lungo bastone affilato finchè l’animale cominciò ad allentare la morsa e a svolgersi dalla mia gamba. Non appena il mio arto fu libero, corremmo a più non posso e quando ci arrestammo ci trovammo a pochi metri dalla spiaggia, proprio nel punto dove il mio amico selvaggio aveva lasciato la canoa. Ora intravedevo veramente la fine della mia avventura.


Laura Brunero - 3B






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