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Giappone: un anno dopo lo tsunami  

Ad un anno dal terribile terremoto e dal conseguente tsunami che ha sconvolto l’intero Giappone, raccogliamo una commovente testimonianza che ci giunge da una autorevole concittadina fontanetese...
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- L'opinione - Redazione - 05/04/2012 - 16:07


Tsunami GiapponeAd un anno dal terribile terremoto e dal conseguente tsunami che ha sconvolto l’intero Giappone, raccogliamo una commovente testimonianza che ci giunge da una autorevole concittadina fontanetese che, per ‘missione’, ha avuto modo di visitare di recente le zone devastate



LA SPERANZA CONTINUA A VIVERE IN ESTREMO ORIENTE


1. Alcuni tratti della realtà giapponese

Ho avuto la possibilità di rimanere per alcuni periodi in Giappone: nel 2008, nel 2010, nel 2012 e questa terra mi ha sempre molto affascinata, mi ci sono trovata benissimo. La seconda volta, per un mandato del mio Istituto, mi sono fermata per un periodo di tre mesi e ho fatto visita a tutte le 15 comunità educanti dove vivono e operano 256 Suore Salesiane. Un’esperienza preziosa, che mi ha permesso di conoscere da vicino e di amare la realtà di un popolo la cui cultura rimane comunque difficile da decifrare, una cultura dai tratti molto differenti da quelle occidentali.

Una delle aree prevalenti dell’attività educativa delle Suore Salesiane è la scuola, nei vari ordini e gradi: dalla scuola dell’Infanzia alle Superiori, fino ad una Istituzione universitaria biennale, di indirizzo pedagogico. In esse, si raggiungono migliaia di giovani e famiglie, poichè la scuola cattolica è molto apprezzata per la qualità educativa e i valori morali che trasmette. La quasi totalità degli alunni e alunne non sono cristiani, ma di religione shintoista o buddista, così come le/gli Insegnanti. Accettano tuttavia con grande apertura gli insegnamenti del Vangelo, sono aperti a Dio, pregano con fervore e venerano la Madonna e i Santi, pur non professando la fede cristiana.
Oltre alle scuole, le Suore si dedicano ad Opere sociali che accolgono bambini e giovani affidati dallo Stato perché senza famiglia o con nuclei familiari problematici (e sono molti in Giappone!). In queste case-famiglia si respira veramente un clima di affetto, di accoglienza, di ‘casa’ e in genere i giovani si trovano bene.

Il Giappone è tendenzialmente una Nazione pacifica, aperta, tollerante, nonostante le lunghe e sanguinose guerre del passato. È monarchia costituzionale e l’attuale Imperatore, Akihito, è molto amato e stimato dalla popolazione. Dall’ultima guerra (1945) in poi, la corsa del Giappone verso il progresso è stata inarrestabile. Oggi, nonostante i segnali di crisi economica, umana, sociale, continua ad essere una superpotenza, con indiscutibili primati nel campo tecnologico e produttivo.

La struttura di arcipelago della Nazione giapponese, con le sue 4 isole maggiori (Honshu, Kyushu, Hokkaido, Shikoku) e le centinaia di isole minori, per secoli ha tenuto il popolo isolato dal resto del mondo e ha contribuito a far crescere un forte atteggiamento di autosufficienza e di nazionalismo. Il dramma della sconfitta subita nel 1945, con la catastrofe delle due bombe atomiche (Hiroshima - 6 agosto, Nagasaki - 9 agosto), ha ridimensionato il senso di autosufficienza, ma ha incentivato una volontà ferrea di ripresa che ha portato il Giappone a primati mondiali in vari campi del progresso.

I giapponesi tendono all’efficienza, a produrre al massimo, dedicano molto tempo al lavoro e allo studio. Il clima di forte competitività tende a emarginare i meno dotati o chi non si classifica a livelli eccellenti: questo crea frustrazione e insoddisfazione fino a perdita del senso della vita. I suicidi sono frequenti.



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2. La tragedia dello tsunami

In tale contesto, si può meglio intuire quale dramma abbia rappresentato per questo popolo l’ultimo tsunami che ha colpito chilometri di costa e l’entroterra della zona nordest del territorio, sulle sponde dell’Oceano Pacifico.
Quel venerdì 11 marzo 2011 ha segnato una data che rimarrà incancellabile per la gente e per la storia del Giappone. Si ritiene che sia stato il peggiore e più grave degli eventi catastrofici causati da terremoti e “onde anomale”, eventi che sono comunque frequenti nell’arcipelago.

Alla fine di febbraio di quest’anno 2012, ho potuto visitare alcune delle zone colpite dallo tsunami: Ofunato e Rikuzentakada. Posso testimoniare che quanto ho visto ha superato ogni immaginazione, anche gli scenari più crudi che sono passati sotto i nostri occhi attraverso i giornali o nei video nei giorni successivi alla tragedia.
Posso sintetizzare in poche parole l’esperienza vissuta in quelle zone: disperazione e speranza; distruzione e dignità; deserto e rinascita. Una terra bellissima, lambita dalle onde del Pacifico, diventata in poche ore un immenso cumulo di detriti. Una terra dinamica, piena di verde, di case curate, di strade confortevoli, di ogni servizio sociale estremamente efficiente: mi è apparsa ora come un enorme deserto, privo di vita.
Dei 70 mila alberi piantati 250 anni fa a Rikuzentakada, come barriera difensiva al ripetersi delle “onde anomale”, dopo l’11 marzo 2011 ne è rimasto uno, uno solo, diventato per la gente l’albero della speranza, custodito e circondato da ogni attenzione perchè rimanga anche solo un simbolo della vita che continua.
Mi pare che la speranza sia davvero la forza che sostiene tutto un popolo, che incoraggia la ricostruzione, che permette di lavorare di giorno e di notte, sotto la neve o le raffiche di vento, per liberare dalle macerie gli spazi ancora invasi dai detriti.

A Ofunato mi sono fermata con tristezza davanti al luogo dove fino all’11 marzo, mi dicevano, c’era la stazione ferroviaria. Osservando attorno, mi indicavano che là c’era una palestra, più avanti la sede del Comune, da un’altra parte un grande stadio: tutto era scomparso. Poi, disseminate qua e là le costruzioni più massicce, letteralmente sventrate e svuotate di ogni arredamento: ospedali, centri commerciali, grandi complessi scolastici. Nel centro di una piazza, all’incrocio di strade in asfalto che hanno resistito, c’è tuttora un’enorme nave trasportata a forza dalla potenza delle onde. Si mantiene in equilibrio, a grande distanza dalla costa. Non l’hanno ancora riportata verso il mare per distruggerla.
In quello che era un crocevia, una colonna in acciaio, semi-piegata ora su se stessa, sorregge un enorme orologio: segna le ore 3.25 p.m. L’ora in cui le lancette si sono fermate per sempre, in quel venerdì 11 marzo 2011.

Lo spaventoso tsunami, preceduto da fortissime scosse di terremoto, si è abbattuto con una forza incontenibile sulle coste e sull’entroterra di questa zona del Giappone, raggiungendo anche 18 metri di altezza e provocando migliaia di morti, di feriti, di dispersi, 245 mila persone senza tetto. Migliaia di suicidi per i tanti che non hanno retto al dolore della perdita di tutto e di tutti. Una tragedia mai sperimentata in modo tanto distruttivo!

Tuttavia, in Giappone non è morta la speranza. La tragedia che ha colpito l’Estremo Oriente ha fatto fiorire la solidarietà dell’intera nazione giapponese e di ogni parte del mondo. Anche le Suore salesiane si sono attivate in modo significativo e hanno appoggiato le iniziative delle diocesi negli aiuti concreti alle zone colpite. In particolare, hanno dato inizio ad una catena ininterrotta di solidarietà attraverso la presenza di suore che continuano ad avvicendarsi per prestare aiuto, per dare speranza. Un “fondo di sostegno e di assistenza” aperto dalle case salesiane, raccoglie i contributi che arrivano da varie parti del mondo e permette di rendersi presenti con aiuti di vario genere nelle località particolarmente colpite.

Sono stata impressionata dalla testimonianza di compostezza e di dignità delle persone. Mi hanno commossa le composizioni di 80 ragazzi vittime di gravi danni familiari e personali, e che hanno espresso riflessioni, vissuti, sentimenti di consapevolezza e di speranza.

Kasai Kanaho, una ragazza di 13 anni, dopo aver raccontato la sua penosa esperienza, ha scritto: “Ora so che ci sono tante persone di tutto il mondo che ci sostengono con tutta la forza. Quando sento perdere la pazienza nel rifugio che ci accoglie, pensando alle persone che ci aiutano riesco a recuperare la voglia di riprendermi e di impegnarmi. Perció, per favore, aiutateci ancora un poco. Per la grazia della gente di tutto il mondo, possiamo affrontare questo periodo doloroso. Ho compreso bene la Bontà della gente in occasione di questo disastro. Da ora in poi, vorrei vivere nel ringraziamento a tutto il mondo e, quando verrà il tempo, io pure vorrei vivere per gli altri. Ho fiducia in questo: perció voglio vivere ogni giorno nella speranza”.

Yamauchi Tomoya, un bambino di 6 anni, così conclude la sua composizione: “Mentre stavo nella palestra della scuola, ho ricevuto tanti abiti, cibo, cose necessarie mandate dalla gente di tutto il Giappone. I militari ci hanno preparato il cibo ogni giorno. Persone amiche ci hanno fatto giocare. Ho capito bene che tante persone ci hanno aiutati. Quando troveró persone in difficoltà, anch’io le voglio aiutare. Voglio diventare da grande un uomo forte e buono”.

La speranza vive nel cuore della gente, degli adulti e dei piccoli.
E il Giappone continua a guardare al futuro.



Sr Giuseppina Teruggi fma





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